Diario

Articoli ritrovati

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Mettendo in ordine in casa il mio babbo ha trovato questo articolo che aveva messo da parte. Un articolo de L'Unità del 30 dicembre 2007 a proposito del cd "Ma che razza de città", di Sara Modigliani. Mi è venuta voglia di condividerlo, non solo perchè sono d'accordo con quello che dice su Sara e sul cd, che è bellissimo, non solo perchè Sara l'abbiamo conosciuta di persona ed incontrata più volte e ci lega  lei un sincero affetto (perchè è una persona speciale, oltre ad essere una bravissima cantante)...ma anche perchè nell'elogiare questo disco Ivan Della Mea sottolinea quelle che secondo me sempre dovrebbero essere le linee guida nel creare arrangiamenti di brani popolari.

Parla di "Livello etico" del canto. Dice che "il suo crear cultura [e qui cita Bosio] è in sè un atto di resistenza contro l'omologazione,. contro l'appiattimento, contro la sciatteria di una politica orfana di cultura...". E come sempre le sue parole mi sembrano una bussola. Ogni parola è preziosa in questo articolo.

(Ilaria)

 

 

 

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Laboratorio alla scuolla scuola primaria di Cigoli. I bambini ci vedono così!

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Al termine di questo anno scolastico ecco l'articolo che hanno scritto i bambini della classe quinta di Cigoli, guidati dalla maestra Antonella:

 

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Ed ecco alcuni disegni che ci ritraggono...:

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Grazie a tutte le bravissime maestre e a tutti i bambini!

 

 

lavori in corso...

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Ale si è laureato giovedì passato...

 

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...a dicembre molti eventi e concerti...

 

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domani cominciamo a registrare, dopo quasi 9 anni di lavoro, il nostro primo cd ufficiale

 

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Nessuno la può uccidere

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"La musica tradizionale viene dalle leggende, dalla Bibbia, dalle pestilenze, si occupa di vegetali e di morte. Nessuno la può uccidere. Tutte quelle canzoni che parlano di rose che escono dal cervello della gente e di amanti che in realtà sono oche e cigni che si trasformano in angeli non moriranno mai. [...] ci si dovrebbe aspettare che la gente che si occupa di musica tradizionale capisca, proprio dalle canzoni, che il mistero è un fatto, un fatto tradizionale. [...] Sono quei paranoici (i ricercatori?) che pensano sempre che qualcuno gli stia portando via la carta igienica, loro moriranno di sicuro. In ogni modo la musica tradizionale è troppo irreale per morire. Non ha bisogno di essere protetta, nessuno le può fare del male. In quella musica c'è l'unica morte vera e di qualche valore che possa uscire da un giradischi oggi come oggi. Ma la gente cerca di possederla, come fa con qualunque cosa di cui c'è grande richiesta. Ha tutto a che fare con un'ossessione di purezza.Io credo invece che  la mancanza di signifiacato della musica tradizionale sia sacra. Lo sanno tutti che io non sono un folksinger" (Bob Dylan).
 

Sulla serata del 13 gennaio "L'anarchia da Gori a De André"

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Ecco un estratto del video della serata del 13 gennaio "L'anarchia da Gori a De André"

 

 

Auguri

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Dai Vincanto auguri di Buone Feste e di un 2011

"più giusto, libero e lieto"

 

 

 

Un arcipelago di isole slow...che bello!

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Grazie agli amici di slow food Toscana...suonare a "Un arcipelago di isole slow" è stata una bellissima esperienza...e ci porteremo dietro questo mare per un po'...

 

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Dal tirreno di Pisa del 7 luglio, segnalatoci da Tino

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L'articolo si riferisce al concerto di fine anno che abbiamo organizzato con i bambini della scuola elementare di Calci l'8 Giugno 2010. E' il secondo anno di seguito che lavoriamo con i bambini della scuola primaria di Calci. Questo anno scolastico il nostro laboratorio è stato attivo con ottimi risultati anche presso la scuola primaria di Bassa.

 



 

Canti popolari con i bimbi della scuola

A fine anno grande festa con il gruppo "Vincanto" sul palco

 

CALCI. Festa finale degli alunni della primaria, a conclusione dell'anno scolastico. Si è svolta una bella manifestazione di canti popolari in piazza Garibaldi, davanti al municipio, con l'esposizione anche di disegni e pitture. Dopo il saluto del sindaco e del vicesindaco, i bambini si sono esibiti sul palco accompagnati dal gruppo musicale "I Vincanto", in un repertorio di canzoni italiane.  I brani interpretati sono stati il frutto del percorso didattico, incentrato, oltre alla conoscenza, sperimentazione e controllo della voce, pratica corale e conoscenza ritmica, alla riscoperta della migliore tradizione. Il tema scelto, quello del viaggio, nelle più svariate forme: il viaggio di cui si parla nelle filastrocche e nelle ninne nanne, quello descritto nelle ballate e nelle narrative, di chi parte per la guerra, degli emigranti stagionali ed infine il viaggio spesso definitivo degli emigranti. Ciò per ricordare che viaggiare è varcare un confine. Lo è stato anche per noi italiani.  I Vincanto, gruppo composto da Ilaria Savini, canto e percussioni, Alessandro Cei alla chitarra e il maestro Simone Faraone alla filarmonica e tastiera, hanno effettuato una ricerca sulle canzoni popolari, partendo dalla Toscana contadina di oltre un secolo fa, per poi toccare molte altre regioni e periodi storici. È stato avviato un percorso teso a riscoprire i valori e la poetica dei ceti popolari, protagonisti anch'essi e a buon diritto della storia. Il calendario della scuola primaria è stato denso di iniziative. Da rimarcare le lezioni aperte ai genitori del percorso laboratorio teatrale, tenuto da Tania Masi con i bimbi.  Da sottolineare il contributo di Bruna Lupetti Battaglini e Guido Sargentini, dell'associazione Mestierando, che hanno fatto un percorso con le classi prime ("Coloriamo i sassi") e con le classi quinte ("Una giornata di stampa antica").


7 luglio 2010
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I nostri primi video on line...tratti dal concerto che abbiamo fatto in ottobre in Belgio.


 

lettere...sempre sul concerto ad Harambee

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Cara Ilaria,

quando canti Maremma amara è come se la voce venisse direttamente dall'anima, senza alcuna intermediazione del corpo.
Una vibrazione dell'anima e non "la vibrazione di una gola di carne" (questa espressione non è mia, è di Calvino). Così, si rimane in estasi, sospesi nell'aria come la voce, finché alla fine non prorompe l'emozione. 

Bello, intenso e piacevole tutto il concerto. Anche illuminante, come succede quando la tradizione non è solo il  passato, ma la trasmissione di un passato che serve al  presente.  

Bravi tutti e ognuno quasi indispensabile all'altro. 

Grazie. Un abbraccio affettuoso e riconoscente.

Alberto

 

Storie di confine...da una mail di Gianni Casalini del 18 marzo 2010, dopo il concerto ad Harambee

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Ciao, posso interagire coi Vincanto?
Una piccola interazione dai...
Allora, mi veniva in mente questo quando vi ascoltavo martedì.
Gli sconfinamenti... -confine- ecco la parola che secondo me ne esce
fuori è: confine.
Confine da varcare coi documenti in regola quando la fame spinge e la
miseria chiama, confini da spostare con le guerre quando le masse umane
diventano eccedenti e chiama la patria.
Perché sempre un problema di smaltimento di carne umana è...
Confini di spazio ma anche di tempo, di cultura di epoca.
Buffa la civiltà contadina quando produce eccedenze aumentano le teste
poi le teste diventano troppe e quelle teste si devono spostare dove le
braccia non seguono le stagioni. Già perché le stagioni sempre buone non
sono e le bocche sempre quelle sono e poi le stagioni sempre buone è
bene che non siano perché, ci insegnano gli storici, le, poche,
rivoluzioni che ci sono state sono sempre avvenute dopo almeno tre anni
di ottimi raccolti.
Le donne da contadine diventano operaie, poi impiegate, poi... boh... ma
insomma -sconfinamenti-.
I flussi finanziari non hanno confini. I turisti ne hanno pochi. Le
merci quasi non ne hanno. E per tutti gli altri c'è sempre un confine
come margine alla propria esistenza.

Ai miei genitori siete piaciuti molto.
Ve lo volevo dire.
:-)
ciao
Gianni
 

Serafino

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Serafino Soldani (classe 1924, come il libro) non c’è più, è morto giovedì 25 Febbraio dopo essere stato colpito da un ictus pochi giorni prima. Serafino è stato uomo del suo tempo: partigiano e deportato, appassionato di cultura popolare e autore di numerosi “Bruscelli”, fondatore del “Bruscello di Castel del Bosco”, sindaco di Montopoli, cantante instancabile, autore di libri interessantissimi sulla cultura contadina e la sua vita. Lo abbiamo incontrato nel 2004 grazie a Pilade Cantini che stava preparando un libro su di lui, partecipammo (con un po' di stupita ingenuità e molto entusiasmo) alla pubblicazione registrando un disco con Serafino. Allora avevamo appena incominciato il nostro viaggio, ma l’incontro con i suoi racconti e con la sua esperienza di cantore popolare è stato determinante per convincerci che la strada che stavamo percorrendo era la strada giusta.

Abbiamo imparato da Serafino molte cose, molte le impariamo adesso comprendendo con un certo ritardo cose che lui già ci diceva (magari senza dirle)  anni fa. Dirgli grazie e buon viaggio adesso ci sembra troppo poco…vorremmo dedicargli una canzone, magari  “Maremma Amara” che abbiamo cantato insieme a lui tante volte.

Speriamo che possa cantare dove si trova ora, ma anche se non si potesse lui canterebbe lo stesso. Un poeta non lo zittisce la morte.

 

Auguri, per un natale di mille colori...

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In provincia di Brescia il comune leghista di Coccaglio lancia l'operazione "White Christmas", mandando i vigili casa per casa a controllare gli extracomunitari: chi non è in regola perde la residenza
Obiettivo: "Far piazza pulita" dice il sindaco. E l'assessore alla Sicurezza afferma
"Natale non è la festa dell'accoglienza ma della tradizione cristiana"
Per il ministro Maroni tutto questo rientra nell’applicazione delle norme del pacchetto sicurezza.

 

Come disse Luciana Littizzetto da Fazio: Gesù non sta nella pelle dalla contentezza, per questa cosa...ti immagini se  Giuseppe e Maria passavano da Coccaglio!?....

La nostra risposta sarebbe stata fare il nostro spettacolo sull'emigrazione in centro ad empoli il 19 dicembre...ma la neve non ce l'ha permesso...ma il natale, davvero, lo vorremmo di tutti i colori.

 

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Foto scattata ieri ad un PRESIDIO/CONFERENZA STAMPA IN PIAZZA XX SETTEMBRE contro il White Christmas , per un natale laico, multietnico, di mille colori, iniziativa del circolo Agorà di Pisa.

 

Andrea ci ha lasciato

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Pubblichiamo di seguito il comunicato del Direttivo del Circolo Agorà e un pensiero per Andrea scritto da Cristina Viani che lei stessa ha  letto durante il funerale, oggi pomeriggio (29 ottobre 2009) e che ci sentiamo di condividere.

La foto qua sopra l'ho scattata io, Ilaria, il primo giugno del 2008, una bellissima giornata che passammo tutti insieme a casa di Antonella. Sereni.  La malattia si è manifestata pochi mesi dopo, ad ottobre. E in un anno, solo un anno, se l'è portato via.

 


Andrea Fisoni ci ha lasciato

Dopo una lunga malattia e intense cure che avevano dato a lui ed a tutti noi speranze di una sua guarigione, purtroppo Andrea non ce l’ha fatta. Questa notte ci ha lasciato.

Parlare di Andrea significa parlare di un pezzo della nostra storia, fatta di tanti come lui, affacciatosi alla politica nella seconda metà degli ’70 del secolo scorso, quando un movimento popolare impetuoso e straordinario metteva in discussione, nella vita reale del paese e della nostra città, un ordine costituito sulla violenza, la sopraffazione e lo sfruttamento. Ieri come oggi.
Andrea non si è mai arreso di fronte alla protervia del potere, mantenendo una coerenza fuori dal comune se paragonata alla conversione, al silenzio ed alla rassegnazione di tanti. Sempre presente nei cortei studenteschi, nelle assemblee, nelle riunioni affollate, di fronte a fabbriche e scuole occupate, nelle lotte e nei momenti di festa.

La sua inquietudine, la sua curiosità lo hanno portato ad indagare le mille sfaccettature della solidarietà vera, delle culture alternative, del dibattito interno al variegato mondo dell’opposizione sociale e politica presente nel paese.

Questo è stato il suo essere comunista, per tutta la sua intensa vita.

Del circolo agorà era socio e militante, compatibilmente con i suoi tempi ed i suoi tanti interessi, coincidenti con lo spirito e l’attività che da sempre portiamo avanti. Negli ultimi anni era impegnato nel coro popolare del circolo, con un entusiasmo tale che lo ha portato a seguire le lezioni anche durante la malattia, sino a poche settimane fa.

Ci mancherà il tuo sorriso sornione, la tua costante voglia di condividere e partecipare, la tua curiosità ed il tuo spirito libero.

Ciao Andrea, che la terra ti sia lieve.

Il Direttivo del circolo agorà

 

 


Di andrea in fondo noi /io sapevamo poco. Non gli piaceva parlare di sé. Cantava nel coro, con entusiasmo, passione, intonazione e molto amore.

Cantando si illuminava e socchiudeva gli occhi, sorridendo. Era uno dei fedelissimi, insieme alle zie.  Lui sa chi sono.

 

Andrea l'ho visto consumarsi, in ospedale,in quel letto bianco, lui quasi più bianco di quel letto.

E facendo fatica a trovare la saliva, Andrea si sforzava ancora di sorridere. E sognava, sperava, lanciando il cuore e l'anima al di là della sua malattia e del suo corpo esausto.

Oggi mi vergogno un poco di non poter offrire ad Andrea che queste poche righe e non un canto, come credo che a lui sarebbe piaciuto, il canto che ci ha fatti trovare e ci ha in qualche modo, anche profondo, uniti.

 

Andrea, bello e diritto in quel ventoso 25 aprile,

Andrea, la riservatezza,

andrea, dai monti sarzana

andrea, che ti volti a guardarla e ti  commuovi

andrea ,la tua timidezza, il tuo pudore

andrea gentile e lento, e lento, e gentile

andrea che sembravi un bambino a volte, e ti avrei voluto consolare, ma era difficile

andrea che per pensare facevi una sospensione e strizzavi gli occhi

andrea gli stornelli socialisti di Pietro Gori

Andrea che ti piaceva tutto quello che si cantava perchè era cuore, e sogni e corpo e voce e  legame

andrea, l' R 60, le Reggiane, la nostra canzone, all'erta compagni

andrea ,la tua solitudine e la tua dignità

andrea la tua mansuetudine e la tua cocciutaggine

andrea la tua dolcezza, la tua forza, la tua grande capacità di soffrire e di lottare.

Andrea il tuo sorriso. Alti e bassi, Andrea.

Andrea. Dolce compagno Andrea.

 

ti saluto con le lacrime agli occhi e il  pugno chiuso nel cuore.

 

Adelante companero

che la terra ti sia lieve.

 

Recensione di Michele

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Pubblichiamo una lettera che ci ha mandato il nostro amico Michele sul concerto di ieri ad Orentano. Ringraziamo tutto il pubblico per l'attenzione e l'affetto e in particolare gli amici del coro del circolo Agorà per tutto il bene che ci vogliono.

 

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Il 17 agosto ad Orentano, frazione di Castelfranco di Sotto, erano quasi le 22 ed in una piazza rinfrescata da un bel venticello, in un silenzio quasi artificiale, si è tenuto il più bel concerto dei Vincanto della stagione. Pochi gli ingredienti che hanno reso così unico il piatto dell'offerta canora dei nostri beniamini, nonchè maestri.
Primo ingrediente il ritmo dello spettacolo: annullati (o quasi) i battibecchi, la serata non ha avuto tempi morti tra un pezzo e l'altro, se non per stringate presentazioni, che hanno fatto godere appieno la versatilità e la maestrìa del gruppo.
Secondo la scaletta: la scelta di brani tradizionali riferiti all'infanzia con la loro innocente e feroce allegria hanno rafforzato i momenti di vero pathos della tradizione popolare; un esempio l'interpretazione teatrale della "vocazione di santa caterina" da un lato e "tutti mi dicon maremma" . In questo ultimo brano i tre hanno saputo creare un'emozione talmente viva da lasciare il pubblico davvero incantato.
Il talento dei Vincanto è apparso fresco come dei bimbi sbucati da un pagliaio, tanto per rimanere in tema, e ci ha deliziato. Ci ha confermato che questi tre ne sanno tanto di musica e che non potremo più fare a meno della loro arte.
Un saluto a tutti.

 

Michele
 

Agamennone per Caterina Bueno

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Agamennone per Caterina Bueno, in occasione del conferimento del “Fiorino D’Oro”

 

caterina-bueno-0001L'opera di Caterina Bueno, considerata in retro­spettiva, mi sembra riconducibile a un codice emo­tivo originario che, successivamente, nel tempo, ha assunto le forme di una intuizione poetica che ha marcato tutto il suo lavoro, sia nell'azione di interprete che in molteplici attività di operatrice culturale: intendo, cioè, una condizione psicologica che si può descrivere come una sorta di curiosità inesauribile per le persone, le esperienze maturate, i valori incorporati, i modi espressivi praticati, nella consapevolezza che ogni uomo, ogni donna "è un'isola", un individuo irripetibile, pur nella rete delle relazioni familiari, sociali e culturali che ne segnano la vicenda umana. In questo senso, i protagonisti della etnografia realizzata da Caterina Bueno sono, senz'altro, i testimoni di abitudini espressive condivise, rappresentative di identità locali, di esperienze comunitarie, di profili sociali, ma sono, anche, forse soprattutto, attori che agisco­no con le proprie modalità individuali, al culmine di opzioni proprie dei singoli, pur se al servizio di consuetudini e necessità più ampiamente par­tecipate, attori, che, nel dialogo con l'etnografa, raccontano se stessi e le loro storie.

 

Questa attiva sensibilità per la connotazione indi­viduale del fare culturale ha forse preso le mosse nella infanzia di una bambina nata in una famiglia di origine spagnola, una bambina figlia e nipote di artisti e intellettuali cosmopoliti, itineranti in mez­za Europa, approdata a san Domenico di Fiesole per vicende più grandi di lei, e perciò impegnata a costruire il proprio mondo sociale in assenza di uno scenario di rapporti consolidati e oltre la ristretta famiglia di appartenenza, una costruzione condotta attraverso relazioni dirette, bi-direzionali, direi, da persona a persona, o meglio, da bambina a persona. A cominciare dalla sua tata mugellana, l'Albina, che intonava le arie d'opera e gli stornelli, e dai suoi compagni all'asilo e a scuola, figli di famiglie contadine, in un'area, allora, largamente rurale. Così è stato, successivamente, quando l'interesse per le espressioni cantate e le narrazioni tradizio­nali è divenuto prassi quotidiana e una ragione di vita. La sua interlocuzione con informatrici e informatori è stata, dunque, un felice rapporto tra persone: la Paradisa di san Giovanni Valdarno, conosciuta novantacinquenne ma ancora padrona di un repertorio estesissimo, l'Annida, incontrata quando ormai non conservava più i denti, ma i canti sì, la Maria Ringressi, che le trasmise centinaia di motivi melodici - un vero e proprio "albero di can­to", come avrebbe detto Bela Bartók: ancora una memoria vigile e infallibile in azione, quella della Ringressi - oppure, quel Francesco Piazzi, mitico poeta improvvisatore maremmano e custode delle memorie della miniera, che ha conservato a lungo un raro Maggio "politico" del '46, oppure, ancora, gli uomini della cosiddetta "leggera", padroni solo di sé stessi, senza altri beni che le loro vite, le loro storie, le loro canzoni.

 

Nella interlocuzione con persone e vicende straor­dinarie, Caterina Bueno è riuscita a far emergere differenze culturali radicali, frontalmente opposi-tive rispetto all'universo valoriale e agli assetti di potere dominanti negli ultimi decenni. Una nettis­sima cifra libertaria, costantemente testimoniata, ha consentito a Caterina Bueno di avvicinarsi a modelli di alterità irriducibile, che pertengono non soltanto alle opzioni politiche, quanto, piuttosto, a scelte alimentari, alla percezione del tempo, del paesaggio e dell'ambiente di insediamento, alla conduzione dei rapporti interpersonali, fino ai modi di abbigliarsi, come era, per esempio, nel porsi dei carbonai, neri fantasmi dei boschi, annunciati dalla campanellina che usavano ap­pendere all'orecchino. In questo senso, il Lamento del carbonaio, individuato sul terreno da Caterina Bueno, e da lei cantato innumerevoli volte, assu­me un profilo paradigmatico: raccolto nel 1965, nella macchia sopra Castiglion della Pescaia, fu proposto a Caterina dall'informatore Domenico Bartolotti, allora settantenne, nato a Bastìa, in Corsica, testimone di una esperienza estrema di alterità, ma, anche, di antichissimi e mai interrotti rapporti di lavoro e legami di affetti tra le grandi isole tirreniche e la Toscana: una storia, questa, l'individuazione e il trasferimento in palcoscenico della Vita tremenda vita tribollata dei carbonai -così i versi iniziali, cantati da Caterina -, una storia che ha avuto uno sviluppo continuo, negli ultimi anni, non solo in più recenti rilevazioni etnografi-che e in archivio, ma anche nella discografia e nello spettacolo dal vivo, se è vero che la stessa Gianna Nannini, tra gli altri, ne è rimasta rapita.

 

Attraverso queste vicende Caterina Bueno ha ali­mentato il mito della ricercatrice infaticabile, la "Caterina raccattacanzoni", come era conosciuta negli anni Sessanta e come appare in un docu­mentario cinematografico, girato nel 1967, che ne documenta gli itinerari di ricerca di allora. Ma non si è trattato soltanto di "raccattar canzoni": nei suoi nastri ci sono lunghi e frequenti episodi di parlato, di dialogo: i protagonisti si raccontano, e disegnano le loro proprie storie, nella interazione con l'etnografa, Caterina, interessata alle persone e alle loro vicende individuali, irripetibili, come s'è detto. Nel corso della sua indagine sul terreno, Caterina Bueno ha raccolto una documentazione sonora imponente e rilevantissima, oggi senz'altro meritevole di una conservazione adeguata e di una fruizione più ampia e sicura.

 

Caterina Bueno, naturalmente, è anche una grande voce, inconfondibile e unica anch'essa, scura e roca nel timbro, singolarmente vicina a certi colori maschili, espressione di una personalità di inter­prete particolarmente vivace, e di una sensibilità femminile sensuale ed esuberante.

 

Con la trasposizione nello spettacolo dal vivo della sua singolare etnografia musicale, Caterina Bueno ha costruito precocemente il profilo di una interprete capace di rappresentare vivacemente in palcoscenico le storie delle alterità incontrate, rendendole quindi udibili e visibili anche a coloro che ne sono lontani. Giovanissima, ha partecipato attivamente ad alcune esperienze di spettacolo fondative, nella storia culturale recente del nostro paese. Ne ricordo ancora due: Bella ciao (Festival dei due mondi, Spoleto, 1964), Ci ragiono e canto (con la regia di Dario Fo, 1966); ha successivamen­te realizzato una imponente discografia da solista, talmente estesa che qui può essere soltanto ricor­data, e numerosissime presenze nella radiofonia culturale e nella documentazione cine-televisiva: a questo proposito richiamo la lunga serie televisiva Italia bella mostrati gentile, andata in onda nel 1978 (con la canzone omonima, nella sigla di testa, cantata dalla stessa Caterina Bueno), e il ciclo // tempo e la memoria, trasmesso nel 1980.

 

Nella sua opera di interprete vocale e solista, Caterina Bueno ha espresso l'identità musicale e culturale della Toscana profonda, come pochi: si può perciò dire, senza timore di essere smentiti, che la sua voce sia "la voce della Toscana".

 

caterina-bueno-0002Nella sua lunghissima attività di interprete Caterina Bueno, inoltre, ha "scoperto" e promosso numerosi musicisti che, da questo esordio comune, hanno poi tratto alimento per la costruzione di una autonoma carriera di interpreti. Fra i primi, cito Francesco De Gregori, timido chitarrista accompagnatore di Caterina Bueno, prima di diventare una star, e a lei legatissimo, fino a dedicarle una delle sue migliori canzoni. Ricordo due glorie toscane, il chitarrista Maurizio Gerì e il compositore/organettista Riccar-do Tesi, il chitarrista sardo Alberto Balìa, il giovane chitarrista e tamburellista calabrese Valentino Santagàti. E aggiungo i nomi di alcuni eccellenti musicisti di formazione accademica, attratti verso il mondo popolare dalle malìe intessute da Cate­rina: i due fratelli fiorentini Pietro e Tea Vismara, i chitarristi Antonio De Rose e Flavio Cucchi, il fiorentino Andrea Degli Innocenti, precocemente scomparso, la violinista e liutaia americana Jamie Lazzàra, fiorentina d'adozione e fedelissima col­laboratrice musicale.

 

L'opera di ricercatrice e l'agire di artista di Caterina Bueno rappresentano una prospettiva coraggiosa e innovativa di interpretare le espressioni che ci arri­vano dal passato: nella sua maniera di intendere le tradizioni non emergono nostalgie e rimpianto, ma memorie ed esperienze reali di vita, che producono ancora, nel presente, pensiero, pensiero musicale, pensiero politico, consapevolezza sociale.

 

E posso soltanto citare ancora certe precoci esperienze teatrali di Caterina Bueno, anch'esse pionieristiche e significative per la città di Firenze: la fondazione del "Cabaret '65", una esperienza singolare e ormai remota, in cui trovò spazio anche la rappresentazione di episodi dal "Diario minimo" di Umberto Eco - allora non famosissimo come oggi, evidentemente - e tutto l'insieme delle atti­vità teatrali e culturali condotte presso la Casa del Popolo "Andrea del Sarto", in cui fecero le prime prove professionali artisti oggi autorevolissimi, come Massimo Castri.

 

Infine, una recentissima, 2005, e meritoria opera­zione editoriale, promossa da Warner Music Italia, ci consente di avere disponibili in CD, oggi, i tre vecchi Long Playing che Caterina Bueno aveva registrato tra il 1973 e il 1976, per la mitica "Col­lana Folk" - così si diceva negli anni Settanta - la Collana Folk della Fonit Cetra, allora prestigiosa consociata RAI, oggi scomparsa, con il catalogo ormai disperso: così, quei vecchi dischi di Caterina sarebbero rimasti oggetti da collezionisti, orgoglio­samente e gelosamente conservati in casa, e quasi inascoltabili, per l'usura prodotta dai frequentissi-mi passaggi sotto la severa puntina del giradischi: invece, finalmente, sono di nuovo a disposizione degli amici, dei fedeli estimatori, dei musicisti, dei compagni di lotta, di avventura e di viaggio, ma anche di quei giovani, studiosi e musicisti, che riprendono a esplorare esperienze artistiche e vicende culturali, forse eccentriche o singolari, o anche bizzarre, rispetto ai modi espressivi e sociali di oggi, ma, forse, proprio per questo, assai più intriganti e seducenti.

 

Maurizio Agamennone (Università degli studi di Firenze)

 

 

Scuola e storia 2

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Leggere con attenzione: correva sempre l'anno 1950


"Cari colleghi, noi siamo qui insegnanti di tutti gli ordini di scuole, dalle elementari alle università [...]. Siamo qui riuniti in questo convegno che si intitola alla Difesa della scuola. Perchè difendiamo la scuola? [...] Difendiamo la scuola democratica: la scuola che è in funzione di questa Costituzione, che può essere strumento, perchè questa Costituzione scritta sui fogli diventi realtà [...]. La scuola, come la vedo io, è un organo "costituzionale". Ha la sua posizione, la sua importanza al centro di quel complesso di organi che formano la Costituzione. Come voi sapete (tutti voi avrete letto la nostra Costituzione), nella seconda parte della Costituzione, quella che si intitola "l'ordinamento dello Stato", sono descritti quegli organi attraverso i quali si esprime la volontà del popolo. Quegli organi attraverso i quali la politica si trasforma in diritto, le vitali e sane lotte della politica si trasformano in leggi. Ora, quando vi viene in mente di domandarvi quali sono gli organi costituzionali, a tutti voi verrà naturale la risposta: sono le Camere, il presidente della Repubblica, la Magistratura: ma non vi verrà in mente di considerare fra questi organi anche la scuola, la quale invece è un organo vitale della democrazia come noi la concepiamo. Se si dovesse fare un paragone tra l'organismo costituzionale e l'organismo umano, si dovrebbe dire che la scuola corrisponde a quegli organi che nell'organismo umano hanno la funzione di creare il sangue.[...] A questo serve la democrazia, permette ad ogni uomo degno di avere la sua parte di sole e di dignità (applausi). Ma questo può farlo soltanto la scuola, la quale è il complemento necessario del suffragio universale. La scuola, che ha proprio questo carattere in alto senso politico, perchè solo essa può aiutare a scegliere, essa sola può aiutare a creare le persone degne di essere scelte, che affiorino da tutti i ceti sociali. [...]"

Tratto da discorso pronunciato da Piero Calamandrei al III Congresso dell'Associazione a difesa della scuola nazionale (ADSN), Roma 11 febbraio 1950.


 

Scuola e storia

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Leggere con attenzione: correva l'anno 1950

piero-calamandrei"Facciamo l'ipotesi, così astrattamente, che ci sia un partito al potere, un partito dominante, il quale però formalmente vuole rispettare la Costituzione, non la vuole violare in sostanza. Non vuole fare la marcia su Roma e trasformare l'aula in un alloggiamento per manipoli; ma vuole istituire, senza parere, una larvata dittatura. Allora, che cosa fare per impadronirsi delle scuole e per trasformare le scuole di stato in scuole di partito? Si accorge che le scuole di stato hanno il difetto di essere imparziali. C'è una certa resistenza; in quelle scuole c'è sempre, perfino sotto il fascismo c'è stata. Allora, il partito dominante segue un'altra strada (è tutta un'ipotesi teorica, intendiamoci). Comincia a trascurare le scuole pubbliche, a screditarle, ad impoverirle. Lascia che si anemizzino e comincia a favorire le scuole private. Non tutte le scuole private. Le scuole del suo partito, di quel partito. Ed allora tutte le cure cominciano ad andare a queste scuole private. Cure di denaro e di privilegi. Si comincia perfino a consigliare i ragazzi ad andare a queste scuole, perché in fondo sono migliori si dice di quelle di stato. E magari si danno dei premi a quei cittadini che saranno disposti a mandare i loro figlioli invece che alle scuole pubbliche alle scuole private. A "quelle" scuole private. Così la scuola privata diventa una scuola privilegiata. Il partito dominante, non potendo apertamente trasformare le scuole di stato in scuole di partito, manda in malora le scuole di stato per dare la prevalenza alle sue scuole private. Attenzione, questa è la ricetta. Bisogna tenere d'occhio i cuochi di questa bassa cucina. L'operazione si fa in tre modi, ve l'ho già detto: rovinare le scuole di stato. Lasciare che vadano in malora. Impoverire i loro bilanci. Ignorare i loro bisogni. Attenuare la sorveglianza e il controllo sulle scuole private. Non controllarne la serietà. Lasciare che vi insegnino insegnanti che non hanno i titoli minimi per insegnare. Lasciare che gli esami siano burlette. Dare alle scuole private denaro pubblico.

Questo è il punto. Dare alle scuole private denaro pubblico"

 

Piero Calamandrei, Scuola Democratica 20 marzo 1950

 

 

Seminario Con Giovanna Marini

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Sabato 16 Febbraio 2008 e Domenica 17 Febbraio 2008 abbiamo seguito il Seminario teorico/pratico con Giovanna Marini “Modi contadini: il canto di tradizione orale in Italia”, organizzato da Ass. Ars Vocis & Ass. Moving Music presso la Casa del Popolo di Settignano - Firenze. E' stato bellissimo!

 

 

Foto scattata da Ilaria...

seminario con giovanna marini

Presso lo stesso circolo seguiamo anche gli incontri con Francesca Breschi, a cadenza mensile, nell'ambito dei quali si inseriva questo seminario con Giovanna Marini.

 

Sentieri Acustici 2007

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Io e Simone abbiamo partecipato allo stage "Polifonie" di Francesca Breschi (www.francescabreschi.it) a Maresca, dal 29 agosto al 1° settembre.

Per me era il secondo anno. Francesca è proprio brava...lavorare con lei è bellissimo.

seminario con francesca breschi

 

Vorremmo anche segnalare, un gruppo sardo che abbiamo avuto modo di ascoltare durante il festival. Si chiamano Andhira e ci hanno lasciati senza parole.

www.andhira.it

Un loro cd si può comprare su internet, su www.alabianca.it , si chiama "Sotto il vento e le vele".

 

 

Tempo di bilanci

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ciuco
 
Ecco la lettera che ci ha spedito Luca Carli, operatore della RSA Chiarugi di Empoli sui due spettacoli "La RIPRESA di San Miniato" ai quali abbiamo partecipato questa estate...la pubblichiamo perchè condividiamo al cento per cento le sue osservazioni...
 

 
Salve a tutti. So che mi aspettavate più presto, non ho nammeno la scusa delle vacanze, ché son stato tutto agosto a lavorare. Tant’è.
Per la RiPresa di sanMiniato vi ho cercato, vi ho chiesto aiuto, ho contratto con voi dei debiti di riconoscenza. Provo ora a saldare i miei debiti con voi - che siete tanti - ringraziandovi.
Sono naturalmente molto contento del risultato finale complessivo.
Credo che ci siano due piani sui quali valutare la riuscita della RiPresa.
Un piano, quello più appropriato, è quello dell’evento o, se (come a me) non vi piace la parola: della festa. Su questo piano, lo scopo era quello di far incontrare gli anziani delle nostre due RSA, farli collaborare a un progetto comune e - fisicamente - scambiarsi una visita, vicendevolmente orgogliosi ospitanti e curiosi ospiti; e far incontrare gli anziani (e gli operatori) delle RSA con l’ ‘esterno’. Obiettivi: rinforzare il legame fra le RSA e la città; restituire ai residenti un ruolo sociale più attivo e rilevante; grazie alla visita di estranei, riattivare alcune residue abilità sociali, dalla cura di sé alla ricapitolazione delle residue risorse per una conversazione. Questi incontri hanno senz’altro funzionato. Per una volta i visitatori non erano venuti caritatevoli a distrarci con una tombola o una fisarmonica: no, eccoli davanti a noi, a bocca aperta ascoltarci, sul terrazzo/in giardino, sotto le stelle - quando di solito invece qui sono spente le luci e le porte chiuse. Come far giocare a una squadra di paraplegici una partita di serie A. E vincere.
L’altro piano di valutazione di cui parlavo è quello più propriamente teatrale. Evidentemente è improprio un giudizio di questo tipo: troppo differenti le abilità dei protagonisti i Vincanto; Antonio, Giovanni, Sergio; i ragazzi del liceo; gli anziani delle RSA. E soprattutto, non era far teatro il nostro obiettivo, non per questo abbiamo lavorato, non c’è stata nessuna preparazione, nessuna prova se non qualcuna ‘tecnica’. Su questo piano, non c’è stata proprio partita. Eppure, mi chiedo, vi chiedo: proprio sulla scorta di questa esperienza, quali possibilità ci sono invece di un progetto più propriamente teatrale, con i nonni delle nostre RSA? È a partire da una certa idea di teatro, naturalmente: “non è il teatro che è necessario, ma qualcos’altro, assolutamente qualcos’altro: superare le frontiere fra me e te per arrivare a inconrtarci, per non perderci fra la folla, né fra le parole” (J.Grotowski). Un teatro che sia definizione e ricostruzione di una propria identità, individuale e collettiva, a partire da un incontro fra persone che magari vivono nella stessa città senza altrimenti incontrarsi mai.
Allego alcune delle foto che ho fatto, quelle che mi sembrano migliori: non sono granché: avevo la testa allo spettacolo, la luce era poca, e comunque è difficilissimo far belle foto a teatro.
A presto, a tutti. Luca
 
 

cinquecento catenelle

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Ieri a Firenze è morta Caterina Bueno. Aveva 62 anni.

Ho qui davanti il  disco in vinile "Eran tre falciatori"...consumato da quante volte è stato ascoltato e sempre a portata di mano. Ci sono cresciuta, con la voce di Caterina...voce antica e preziosa. Mi ha segnata. Caterina è stata e rimane un punto di riferimento,  per noi, per tutti quelli che amano la musica "popolare".

...sapere che anche lei se n'è andata ci riempie di tristezza...

 

DAl Manifesto di Oggi:

Addio alla voce di Caterina Bueno
La pasionaria del canto toscano si è spenta ieri a Firenze all'età di 62 anni. Impegno civile e politico vanno a braccetto in una vita artistica e di ricerca, dove ha raccolto e registrato centinaia di antiche canzoni
S.Cr.
Roma
«E la chitarra veramente la suonavi proprio male, però quando cantavi sembrava Carnevale». Parole calzanti che ben si addicono alla figura di Caterina Bueno, 62 anni, rappresentante del canto popolare toscano nel mondo che si è spenta ieri a Firenze, con cui Francesco De Gregori la descrive in Caterina, un brano estratto da Titanic (1982) dedicato proprio all'antica maestra, che giovane e sconosciuto cantautore lo volle con sé in un tour del 1971 insieme a Antonio De Rose. «Con lei si spenge una delle più belle voci della canzone popolare italiana - così la ricorda Leonardo Domenici, il sindaco di Firenze - la sua lunga attività artistica è stata intensamente permeata da un indomito impegno civile e politico». Rigorosa ricercatrice, Caterina Bueno, voce ruvida da contralto, la cui famiglia era di origine spagnola, impara a suonare da autodidatta la chitarra ma subito la sua attività di ricerca si spinge nei dintorni della canzone popolare toscana, colpita dalla cadenza musicale della lingua di Dante. Raccoglie girando per i borghi e le cittadine della regione a bordo della sua piccola 500, centinaia di nastri di brani spesso intonati dalla stessa voce dei contadini, arrivando inevitabilmente in contatto con l'Istituto Ernesto di Martino di Milano e subito dopo nelle fila del Nuovo Canzoniere Italiano.
Il suo primo spettacolo (1964) è Bella Ciao , con il quale debutta al Festival dei Due Mondi a Spoleto insieme a Giovanna Marini e altri artisti folk. Con Ci ragiono e canto (1966) in compagnia di un gruppo di artisti come Gabriella Ferri, Otello Profazio e Lino Toffolo, andrà in tour in Canada. Impegno politico e musicale vanno di pari passo, tanto che Caterina entra in contatto e aderisce a numerose organizzazioni culturali a sinistra e fa parte per un breve periodo del Gruppo dell'Almanacco Popolare. L'attività discografica - iniziata nel 1965 con La Brunettina e tre anni dopo con La Veglia, viene valorizzata grazie a una collana che la Fonit Cetra distribuisce nei primi anni'70, legando a sè artisti impegnati nel mondo della ricerca popolare, fra questi Rosa Balistreri, Dodi Moscati e il Canzoniere Popolare Veneto. Con l'etichetta milanese incide forse le sue opere più importanti: Eran tre falciatori (1973), Se vi assiste la memoria (1974) e Il trenino della leggera, che saranno rieditate in doppio cd (2006) dalla Wea. Proseguendo nella sua attività di ricerca - che avrà anche una breve parentesi televisiva con Italia bella mostrati gentile (1978) e Il tempo e la memoria (1980), tornerà a esibirsi nel 1990 con De Gregori in un concerto romano per salvare il Folkstudio, lavorando a fianco di Riccardo Tesi e incidendo (1995) un cd in collaborazione con Maurizio Geri dal titolo Canti di Maremma e d'anarchia, che verrà distribuito veicolato da Avvenimenti. Nel 2006 il Comune di Firenze le consegna il Fiorino d'Oro, massima onorificenza della città, che ritirerà il 16 maggio dello stesso anno tenendo un concerto al teatro della Pergola.



Poi arrivò il mattino e col mattino un angelo
e quell'angelo eri tu,

con due spalle uccellino
in un vestito troppo piccolo e con gli occhi ancora blu.


E la chitarra veramente la suonavi molto male,
però quando cantavi sembrava Carnevale,
e una bottiglia ci bastava per un pomeriggio intero,
a raccontarlo oggi non sembra neanche vero.

E la vita Caterina, lo sai, non è comoda per nessuno,
quando vuoi gustare fino in fondo tutto il suo profumo.
Devi rischiare la notte, il vino e la malinconia,
la solitudine e le valigie di un amore che vola via.
E cinquecento catenelle che si spezzano in un secondo
e non ti bastano per piangere le lacrime di tutto il mondo.
Chissà se in quei momenti ti ricordi della mia faccia,
quando la notte scende e ti si gelano le braccia.
Ma se soltanto per un attimo potessi averti accanto
forse non ti direi niente ma ti guarderei soltanto.
Chissà se giochi ancora con i riccioli sull'orecchio
o se guardandomi negli occhi mi troveresti un pò più vecchio.
E quanti mascalzoni hai conosciuto e quanta gente

e quante volte hai chiesto aiuto, ma non ti è servito a niente.
Caterina questa tua canzone la vorrei veder volare
sopra i tetti di Firenze per poterti conquistare.

(Fracesco De Gregori, 1982)

 

E' morta Maria Cervi

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E' morta Maria Cervi, figlia di Antenore, uno dei sette fratelli. Quando l'ho saputo ho pensato subito a qulla sera di luglio alla festa de l'Unità di San Miniato Basso (era il 2004). Suonammo con Pilade Cantini e Serafino Soldani (ex Partigiano e deportato). Tra gli ospiti c'era anche Maria. Una bella serata, tanta gente, tanti amici, tanta voglia di resistenza...

Spero solo che tutta quella voglia non si affievolisca con la morte dei protagonisti della storia.

Alessandro.

 

Lettere...non elettroniche... Questa è datata 20 febbraio 2007

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Letterina che ci ha inviato Alice, una ragazza che era nel pubblico della Festa dell'Unità di Vada (Agosto 2005) con la sua simpaticissima nonna e con cui eravamo rimasti in contatto...

letterina